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I tentacoli di Veolia sul Polesine

 da un articolo dedicato al Polesine e e a Polacque, tratto dallo speciale di Carta sulla situazione dell'acqua nel Nord-Est

Fra Adige e Posi paga
l’acqua più cara d’Italia.
Costa la depurazione
dagli inquinanti, ma anche
gli sprechi di Sodea,
azienda controllata da
Veolia, che si è arricchita
causando un buco nel
bilancio di Polesine
Acque. 50 milioni che
hanno pagato i cittadini.


STRETTO TRA PO E ADIGE, il Polesine si
sente da sempre, e forse a ragione, la
Mesopotamia d’Italia. Eppure in
questa terra l’acqua si paga più cara che
nella maggior parte delle altre province
italiane. Lo dice il dossier sul servizio idrico
integrato di Cittadinanzattiva: nel
2008 una famiglia polesana, per un consumo
medio di 200 metri cubi, spendeva
340 euro a fronte dei 250 di Padova e dei
159 di Treviso. Lo stesso rapporto metteva
Rovigo al nono posto della classifica
nazionale della spesa idrica e non teneva
ancora conto, giocoforza, del 6,3% di
aumento [da 1,50 a 1,60 euro al metro cubo]
decretato dall’Ato Polesine per il 2010.
Sulla bolletta incidono pesantemente
i costi di depurazione. L’acqua attinta da
Po ed Adige, come si legge in un ordine del
giorno presentato dal gruppo di Sinistra
Unita in consiglio provinciale il 12 ottobre
scorso, necessita di essere sottoposta
«a particolari ed onerosi trattamenti
chimico-fisici a causa del mancato rispetto
delle normative sugli scarichi da parte
di chi sta a monte del percorso dei nostri
fiumi». E se la gestione del servizio idrico
nell’Ato Polesine è in capo alla Polesine
Acque, società con capitale al 100% pubblico,
la depurazione è affidata, in convenzione,
a Sodea, una società in cui al
70% di azionariato pubblico si somma un
30% in mano ai privati. Il privato in questione
è Sagidep Spa, una ditta di depurazione
ed analisi con sede a Roncoferraro,
nel mantovano, ma facente parte
del gruppo Veolia. Veolia è una delle più
grandi multinazionali nel campo dei servizi
integrati: è l’erede della Compagnie
Générale des Eaux, ex colosso pubblico
fondato con decreto di Napoleone III nel
1853. Veolia, oggi, si muove globalmente
e in Italia gestisce acquedotti nel lucchese,
nel genovese, e nel torinese. Controlla
al 49% Acqualatina spa, la famigerata
società a capitale misto pubblico/privato
che gestisce gli acquedotti del basso
Lazio e che si oppone al ritorno al pub
blico deciso dai comuni di Aprilia e Formia.
Questa partecipazione privata di Sodea,
insieme ad altre inadempienze statutarie
di Polesine Acque, ha messo la società
al centro delle attenzioni dell’Autorità
di vigilanza sui contratti pubblici,
che ha espresso, il mese scorso, il proprio
«parere difforme» sulla permanenza «in
house» della società per il 2011. Ora per
Polacque i tempi stringono: sono già allo
studio le modifiche statutarie necessarie
per scongiurare il rischio di perdere
l’affidamento della gestione della rete.
Cosa che, qualora si verificasse, metterebbe
fuori gioco la società pubblica dal
31 dicembre prossimo, ponendo in gara
l’affidamento del servizio, con la concreta
possibilità che esso venga rilevato da
investitori privati.
Le Fiamme Gialle stimano in 5 milioni
di euro il danno erariale prodotto dagli
amministratori di Polacque tra il 2003
e il 2005. Nel mirino della Finanza sono in
particolare proprio la controllata Sodea e
i suoi rapporti con la Sagidep, che Polacque
avrebbe favorito.
Sull’orlo del fallimento nel 2006, con
debiti per oltre 50 milioni di euro, Polacque
fu salvata attraverso una dolorosa
ricapitalizzazione, pagata dai 52 Comuni
azionisti. Un buco, si legge nella relazione
presentata il 4 agosto del 2006 dall’allora
presidente di Polesine Servizi Lu-
pubciano
Zerbinati, causato dalla creazione
di «strutture con centri autonomi di decisione
e formazione di costi senza la diretta
responsabilità della controllante: la Società,
infatti, risulta sostanzialmente vincolata
dal parere dei soci privati». «Sodea
assorbe buona parte dei ricavi – proseguiva
Zerbinati –. La scelta del socio privato
è stata fatta con procedura pubblica,
vanificata poi dall’adozione di patti
parasociali che di fatto assegnavano allo
stesso socio privato la gestione della
Società». «La convenzione con Sodea gira
una parte delle risorse della Polesine
senza verifica di contiguità – prosegue –
e, a sua volta, Sodea gira buona parte delle
proprie attività, pure senza gara, ad un
socio privato che aveva vinto una gara
pubblica, ma non per avere aggiudicati lavori
e servizi in permanenza».
A proposito del peso specifico del privato
in Sodea, l’amministratore delegato
della società di depurazione è, oggi, il
francese Stephan Walter Borgo, espressione
di Veolia.
«I guai principali di Polesine Acque –
commenta il segretario provinciale di
Rifondazione Comunista Lorenzo Feltrin
– sono le consulenze, spesso gonfiate o affidate
a studi professionali di favore, la
gestione poco oculata, e la malcelata presenza
di grosse cordate multinazionali. Il
Polesine è purtroppo l’esempio di come
a volte anche il pubblico possa avere comportamenti
dissennati imitando lo stile
delle cordate d’affari private. La soluzione
è una solida società ad esclusiva partecipazione
pubblica, sotto lo stretto controllo
dei sindaci». Una linea che risulterà
impossibile da applicare con l’entrata in
vigore della legge 166/2009, che impone
la cessione ai privati di almeno il 40% dei
pacchetti azionari delle società di gestione
del servizio idrico. A meno di una vittoria
dei referendum sull’acqua del 2011,
quando, con un voto, si potrà ribadire una
semplice legge di natura: i beni universali
non hanno rilevanza economica.  

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