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Ferrero sulla caduta del muro
Il 9
novembre, 20 anni fa, cadeva il muro di Berlino. In quell’elemento simbolico è
racchiusa la fine di un regime socialista in cui – nella migliore delle ipotesi
- la giustizia sociale era contrapposta alla libertà. In questa incapacità di
coniugare libertà e giustizia sta al fondo il fallimento del tentativo
novecentesco di transizione al socialismo. Noi che siamo nipoti della lotta
partigiana – quante lapidi ci sono nel nostro paese su cui sta scritto “morto
per la libertà” - abbiamo salutato positivamente la caduta del muro. Il
socialismo senza la libertà semplicemente non è socialismo: è un tentativo di
andare oltre il capitalismo che ha imboccato la strada sbagliata ed è abortito.
Così non poteva andare avanti e così non si andava da nessuna parte. Senza
libertà nessun socialismo. Giusto quindi picconare il muro e bene che il muro
sia caduto; bene che i dirigenti della DDR abbiano scelto di non sparare,
preferendo perdere il potere piuttosto che cercare di mantenerlo con una
strage.

Nel mondo la caduta del muro è stata salutata come la vittoria della
libertà sulla barbarie, come la possibilità di un nuovo inizio per la storia
del mondo basato sulla libertà e la cooperazione. Sappiamo che non è andata
così. Gli stati Uniti hanno colto l’occasione della sconfitta del nemico
storico per rilanciare la propria egemonia incontrastata su scala mondiale e il
capitalismo ha preso da questo passaggio l’abbrivio per aprire una nuova fase
della propria storia, quello della globalizzazione neoliberista. I cantori del
capitalismo hanno colto l’occasione per dire che eravamo alla fine della
storia. Marx aveva speso la vita e scritto migliaia di pagine per dire che il
capitalismo non era un fenomeno naturale ma bensì un modo di produzione
storicamente determinato e quindi superabile. La caduta del muro è stata usata
per “rinaturalizzare” il capitalismo, per affermare su scala globale che
viviamo nel migliore dei mondi possibili; per affermare che essendo il
capitalismo naturale, ogni tentativo di superarlo diventa un atto “contro
natura” e in quanto tale barbarico. Gli anni ’90 sono stati caratterizzati da
questo unico grande messaggio, trasmesso a reti unificate dal complesso dei
mass media e da tutte le forme di produzione culturale, cioè di costruzione
dell’immaginario individuale e collettivo, a partire dall’industria
cinematografica. La caduta del muro è stato l’evento simbolico che ha permesso
di costruire una grande narrazione che ha rilegittimato completamente il
capitalismo. Kennedy non è più il presidente dell’escalation della guerra di
aggressione al Viet Nam o l’aggressore di Cuba con l’avventura della Baia dei
Porci. Kennedy è celebrato come il paladino della libertà e il suo discorso
berlinese ne è il suggello. Dietro il paravento della libertà, sono riapparse,
anche in occidente, incredibili differenze sociali e livelli di sfruttamento
del lavoro che pensavamo seppelliti per sempre dopo le lotte degli anni ‘70.
Nella vulgata la libertà d’impresa è diventata il presupposto della libertà dei
popoli. Questa completa rilegittimazione del capitalismo ha un sapore mortifero
di falsa coscienza: Che Israele costruisca muri per imporre l’apartheid in
Palestina e che gli Stati Uniti costruiscano muri per impedire l’immigrazione
dal Messico non fa più problema. Ogni muro è diventato lecito per l’impero del
bene. In Italia questo fenomeno ha assunto dimensioni maggiori che in altri
paesi in virtù della proposta di Achille Occhetto – accolta dalla maggioranza
del suo partito - di sciogliere il PCI in nome di questo nuovo inizio,
appiattendo così tutta la storia del movimento comunista italiano sul
fallimento del socialismo reale. La storia del nostro paese è stata
integralmente riscritta, la lotta partigiana è stata denigrata nel suo valore
simbolico di rinascita della nazione e così si è aperta la strada all’
aggressione della Costituzione. La cancellazione della memoria del paese e la
sua ricostruzione fatta dai vincitori ha sdoganato ideologie razziste e
comportamenti xenofobi che pensavamo definitivamente finiti nella pattumiera
della storia dopo la barbarie nazista.

Il fascismo, lungi dal presentarsi come
una parentesi della storia patria, si evidenzia sempre più come una delle
possibilità inscritte nel sovversivismo delle classi dirigenti di un paese che
– come sottolineava Gramsci - non ha vissuto la riforma protestante e il cui
risorgimento non è stato fenomeno di popolo ma di ristrette elite. La
democrazia e la stessa costruzione di un etica pubblica in questo paese è
concretamente il frutto delle lotte del movimento operaio, socialista e
comunista. La loro disgregazione apre la strada a populismi di tutti i tipi, di
destra come di sinistra.
In questo imbarbarimento del costume e dei rapporti
sociali nel nostro paese e nel mondo vediamo confermata quotidianamente non
solo la possibilità ma la necessità di battersi per superare il capitalismo.


In questa dialettica sta il nostro giudizio politico sulla caduta del muro di
Berlino: è stato un fatto positivo e necessario, da festeggiare, ma non
costituisce di per se un nuovo inizio per l’umanità. E’ stato anzi l’evento
utilizzato per costruire un nuovo inizio e una nuova rilegittimazione dello
sfruttamento dell’uomo sull’uomo e della guerra. Mi pare che questa sia anche
la consapevolezza dei compagni e delle compagne della Linke: nessuno propone di
tornare a prima ma nella Germania riunificata occorre organizzarsi e lottare –
all’Est come all’Ovest - contro il capitalismo e la guerra, per costruire un
socialismo democratico.
Fuori da questa comprensione dialettica della
positività della caduta del muro e della chiara consapevolezza che questo non
segna nessun nuovo inizio, non esiste nessuna possibilità di porsi oggi il tema
della trasformazione sociale e del superamento del capitalismo. Fuori da questa
comprensione dialettica possiamo solo diventare anticomunisti o far finta che i
regimi dell’Est non abbiano fallito nel tentativo di costruzione del
socialismo. Il pentitismo e la nostalgia indulgente sono i rischi che abbiamo
dinnanzi a noi: nella loro apparente opposizione rappresentano in realtà la
completa negazione della possibilità di lottare per il socialismo, per una
società di liberi e di eguali.

Da questa comprensione dialettica della caduta
del muro scaturisce la nostra scelta della rifondazione comunista.
Dopo il
fallimento del tentativo di fuoriuscita dal capitalismo che ha dato luogo ai
regimi dell’Est non basta definirsi comunisti: occorre porsi l’obiettivo
teorico, politico ed etico della rifondazione del comunismo e dell’antropologia
dei comunisti e delle comuniste. L’obiettivo cioè di superare il capitalismo
coniugando libertà e giustizia. L’utilizzo di due parole – rifondazione
comunista - anziché una per definirci non è un lusso o una complicazione: è il
modo più corretto per esprimere oggi il nostro progetto politico, in cui
sappiamo dove vogliamo andare e sappiamo cosa non dobbiamo rifare. Il comunismo
dopo il novecento è uscito dalla fase dell’innocenza. Compito nostro è farlo
diventare adulto ed è un compito per cui val la pena spendere la vita.
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