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Di seguito, in questa pagina, pubblichiamo gli articoli piu significativi e le iniziative che abbiamo intrepreso come sinistraocchiobello.it. Come sempre ogni commento è ben accetto!

GAP a Occhiobello e S. M. Maddalena – venerdì 21 novembre 2008

Dopo il successo della giornata di mobilitazione contro il carovita del 25 ottobre, sabato 22 novembre abbiamo riproposto le iniziative concrete in difesa del potere d’acquisto dei cittadini. Numerosa la partecipazione. A questo collegamento proponiamo alcuni spezzoni video della giornata. Oltre a promuovere l’adesione allo sciopero generale promosso dalla CGIL per il prossimo 12 dicembre e la mobilitazione contro lo smantellamento del contratto collettivo di lavoro e per l’intervento pubblico in difesa del potere d’acquisto di lavoratori e pensionati (anziché dei conti delle banche!), abbiamo rilanciato l’iniziativa dei Gruppi d’Acquisto Popolare (GAP). Si tratta di uno strumento concreto con cui le persone si auto-organizzano per difendere insieme il proprio potere d’acquisto, accorciando la filiera e aprendo vertenze e contrattazioni collettive sui prezzi coi produttori locali. Sabato abbiamo distribuito di nuovo pane acquistato collettivamente per 1 euro al kg, come esempio tangibile dei risultati ottenibili da iniziative di questo tipo. Ma soprattutto abbiamo lanciato l’idea di autorganizzarci a livello locale, costituendo un gruppo d’acquisto a Occhiobello aperto a tutte le famiglie interessate a fare acquisti collettivi ed eticamente responsabili ottenendo risparmi importanti. L’iniziativa di sabato è servita anche a promuovere un’assemblea pubblica che si è tenuta giovedì scorso alle ore 21 in sala consigliare per iniziare a costruire un GAP occhiobellese (per chi volesse avere maggiori informazioni: info@sinistraocchiobello.it oppure 3397181654). Contestualmente alla mobilitazione contro il carovita e alla distribuzione del pane, sabato mattina è stato anche possibile firmare per promuovere il referendum contro il lodo Alfano, che sancisce l’impunità de facto per i più potenti. Ricordiamo che in futuro faremo ulteriori iniziative sui gap.

Venduti 50 chili di pane in 15 minuti
martedì 28 ottobre 2008

Ha riscosso un notevole successo a Occhiobello l’iniziativa del Prc sulla vendita del pane a prezzo popolare come testimonianza di lotta al caro vita. In giornata di mercato infatti, i volontari del circolo hanno esaurito ben presto le scorte di pane vendute a 1 euro al kilogrammo: in 15 minuti sono infatti stati venduti 50 kg di pane. Al banchetto del Prc, molte persone anziane ma anche famiglie più giovani. «Dopo questo ottimo risultato ha commentato Lorenzo Feltrin vogliamo continuare con l’organizzazione dei gruppi di acquisto popolare per il reperimento di generi di prima necessità a prezzi calmierati. Stiamo già raccogliendo le prime adesioni». Per informazioni: info@sinistraocchiobello.it oppure 3397181654.

Sicurezza
sabato 17 maggio 2008

Si fa un gran parlare in questi giorni del tema sicurezza. Anche nel nostro Comune, è stata sollevata la questione attraverso i giornali locali, dal consigliere della Lega Nord Sauro Buoso. Egli afferma la necessità di un comitato di cittadini per la sicurezza e la possibile costituzione di ronde. Ci sentiamo di rispondere. Partiamo dalle nostre proposte. Siamo anche noi favorevoli ad un gruppo di cittadini che discuta di questi ed altri temi, perché crediamo fermamente nella partecipazione alla vita pubblica di tutti, dal basso. Siamo sempre stati fautori di una democrazia partecipata aperta e plurale. Riflettiamo costruttivamente sui rimedi al problema posto in essere. Per semplificare (come dice di voler fare quel ministro che fa parte dello stesso partito di Buoso), pensiamo ad un’unica parola: CERTEZZA. La sicurezza (parola portatrice di un clima di paura generato da alcuni mass media, casta su cui, per alcuni, Grillo non ha tutti i torti) deve essere basata su dei principi. La pena per un qualsiasi reato commesso da una qualsiasi persona, che sia esso un rom che va a rubare, un politico con collusioni mafiose, un italiano che stupri una rumena (o viceversa), un imprenditore che commercia alimenti scaduti da 10 anni, deve essere CERTA. CERTI devono essere i tempi processuali. Deve essere CERTA la sicurezza garantita dallo Stato e non dalle ronde dei cittadini, evitando l’equazione immigrato=delinquente che riesca solo di alimentare una guerra tra poveri e di distogliere dalle vere soluzioni al problema. Sicurezza è essere CERTI di poter fare ritorno a casa dopo una giornata di lavoro – un lavoro più sicuro e meno precario. Ma sicurezza vuol dire anche essere CERTI del ritorno a casa dei nostri giovani che guidano sulle nostre strade.
Ecco, una politica fatta di proposte costruttive sulla sicurezza. Noi ci sentiamo di perseguire questo intento e ben venga quindi una discussione aperta con i cittadini, che rigetti l’idea di giustizia fatta da sé. Le istituzioni devono confrontarsi con i cittadini per risolvere il problema. Vi è da portare avanti un discorso di educazione al rispetto della legalità; localmente,ad esempio, grossi problemi di sicurezza riguardano anche alcuni “nostri” giovani (vandalismo, spaccio di droghe, bullismo).
Organizzeremo a breve un incontro pubblico, in cui lo stesso Buoso è invitato, dove discuteremo con i cittadini i problemi e i possibili rimedi praticabili, in relazione alle diverse sfaccettature del tema sicurezza.

Banchetto Arancia Metalmeccanica
venerdì 18 dicembre 2009 10:30

La Federazione della Sinistra di Occhiobello e Santa Maria Maddalena e il circolo locale del PRC ha organizzato in questi giorni di feste una prima uscita a livello locale dell’Iniziativa “Arancia Metalmeccanica” (aranciametalmeccanica.net). “Arancia metalmeccanica” e’ una campagna di solidarieta’ nata dai circoli PRC PDCI del V municipio di Roma, per dare un aiuto concreto ai lavoratori Eutelia della tiburtina, e subito estesa a livello nazionale, come sostegno alle vertenze per la difesa del posto di lavoro. Del ricavato dalla vendita di arance presso i banchetti che aderiscono all’iniziativa, parte va a coprire il costo delle arance, e il resto ai lavoratori in lotta. Il senso di questa iniziativa e’ quello di dare un aiuto concreto ai lavoratori da mesi senza stipendio, ma anche quello di promuovere unita’ e solidarieta’ tra le classi lavoratrici, nell’ottica di un blocco sociale in grado di opporsi concretamente alle politiche liberiste basate sulla speculazione economica e sullo sfruttamento di classe, a beneficio di pochissimi, e a danno di tutti gli altri. Il ricavato derivante dalla vendita delle arance verrà devoluto agli operai della Bassano Grimeca, a sostegno della vertenza e dei lavoratori.

Arancia metalmeccanica
Domenica 17 gennaio  dalle ore 10 alle 12.30, in piazza della Chiesa a S. M. Maddalena siamo stati presenti per la distribuzione di ottime arance siciliane per sostenere la lottadegli operai licenziati e in cassa integrazione polesani.
Il denaro raccolto con la sottoscrizione di 5 euro (per un sacchetto di  arance “Tarocco”) sarà consegnato direttamente ai lavoratori Polesani in lotta e gestito attraverso la costituzione di una cassa di resistenza provinciale.
Con questa iniziativa intendiamo dare un aiuto concreto  alle famiglie da mesi senza stipendio. Vogliamo compiere un  gesto  di unità e solidarietà tra le classi lavoratrici , opponendosi con forza  alla speculazione e allo sfruttamento capitalistico.
Al banchetto è stato possibile firmare la petizione a sostegno della proposta di legge Regionale a difesa del lavoro e dell’occupazione,presentata dai gruppi regionali PRC e PdCI e da tutta la Federazione della Sinistra.

Mentre loro giocano con l’ampolla…
lunedì 20 settembre 2010

Negli scorsi giorni è andata in scena l’ormai tradizionale pagliacciata leghista dell’ampolla di acqua pescata alle sorgenti del Po e portata alla Festa di presunti popoli padani a Venezia. Alla guida della carovana carnevalesca il ministro a nonsisabenecosa Bossi.
E mentre distraggono i loro fan con questi “circenses” (ormai non c’è più neanche il “panem”!), per chi voglia scostare un po’ la cortina, si svela sempre meglio il vero volto della Lega: un partito razzista che sostiene un governo di inquisiti e mafiosi e non fa niente per difendere i lavoratori.
Il Governo Berlusconi-Bossi conta un elevato numero di “personale politico” inquisito. Tra appalti truccati, ricostituzione di società segrete (P3), tangenti, affiliazioni ad organizzazioni mafiose, elusioni ed evasioni fiscali ci troviamo in una situazione di fronte alla quale persino il sistema di Tangentopoli finirebbe per impallidire.
E la Lega, paladina (a parole) della legalità e della moralità che fa? Semplice: mostra grande attivismo nel difendere gli interessi di ministri e parlamentari inquisiti e al contrario non muove un dito per cercare di risolvere le crisi industriali più pesanti che stanno cancellando nel Nord migliaia di posti di lavoro. Di fronte alle aziende che delocalizzano all’estero per speculare sul costo del lavoro (Fiat in Serbia, Bialetti in Cina, il tessile in Romania ecc…), i vari Cota, Zaia, Bossi padre e figlio non fanno altro che urlare contro presunti nemici (di volta in volta i cinesi, i russi, gli immigrati, i rom) ma non adottano quei provvedimenti che consentirebbero di mantenere sul territorio imprese e posti di lavoro. La Lega assiste alla chiusura di fabbriche, alla messa in cassa integrazione e al licenziamento di migliaia di lavoratori senza muovere un dito. Peggio: il Veneto leghista dà addirittura dei fondi pubblici ad imprese che chiudono gli stabilimenti in Veneto e li aprono all’estero, dove il lavoro costa meno!
Per salvare migliaia di posti di lavoro basterebbe che i consigli regionali approvassero la proposta di legge presentata dalla Federazione della Sinistra in tutte le Regioni del Nord per frenare il fenomeno delle delocalizzazioni industriali. Una proposta semplicissima: per le aziende che delocalizzano all’estero scatta l’obbligo di restituire i contributi pubblici di cui hanno fruito negli ultimi dieci anni. Ma forse a qualche “padrone” che vota Lega (magari facendo lavorare clandestini in nero), questo non conviene!
E intanto le aziende del Nord chiudono, gli operai perdono il lavoro e le tutele, le piccole imprese chiudono, i ricchi diventano sempre più ricchi, i Comuni sono costretti a tagliare su tutto e a subire le scelte del governo centrale alla faccia del federalismo, la sicurezza non aumenta, la precarietà dilaga. Ma per fortuna c’è Miss Padania che ci fa dimenticare ogni problema….

Solidarietà ai lavoratori della Bassano Grimeca
martedì 27 aprile 2010

Esprimiamo, a nome di tutta la Federazione della Sinistra, la massima solidarietà ai lavoratori della Bassano Grimeca, ancora in lotta per il salario e il lavoro che vedono a rischio a causa di altri.
La situazione della Bassano Grimeca ci parla, come le centinaia di altre vertenze sparse in giro per l’Italia, purtroppo invisibili ai grandi mezzi d’informazione, di una crisi del capitale provocata da speculatori e finanzieri che viene fatta pagare ai lavoratori. Ma ci parla anche di una classe padronale che approfitta della crisi per comprimere i costi e i diritti del lavoro.
Infine, ci parla di un governo e di una Regione completamente assenti. Dopo oltre un anno di crisi il Governo non ha varato nessuna misura strutturale, nessun piano di politica indstriale, nessun investimento su ricerca e innovazione. Ha solo premiato gli evasori e smantellato lo Statuto dei Lavoratori. Lo stesso dicasi per questa Regione che si dichiara paladina dei Veneti, salvo poi finanziare aziende che delocalizzano le produzioni in altri Paesi. E a tal proposito è significativo che di fronte ai cancelli della Bassano giovedì scorso o alla riunione in Prefettura di oggi, non vi fosse nessuna rappresentanza della maggioranza regionale (dov’erano Coppola, Mainardi e Corazzari sempre in prima fila a chieder voti solo poche settimane fa?).
La Federazione della Sinistra sarà sempre in prima linea nel sostenere le lotte dei lavoratori, che devono estendersi ed unificarsi per far fronte all’arroganza di chi sta scaricando i costi delle proprie scelte economiche sulle spalle di chi vive del proprio lavoro.
Invitiamo la banche a dare risposte immediate e concrete concedendo credito alle aziende come la Bassano che rappresentano un importante sito produttivo nel nostro territorio.
Invitiamo la proprietà a rivedere il proprio piano industriale di concerto con i lavoratori e con le rappresentanze del territorio stralciando subito esuberi e licenziamenti.
Invitiamo Regione e Governo ad intervenire subito con leggi che blocchino i licenziamenti, finanzino le aziende produttive, promuovano la ricerca, l’innovazione e la riconversione ambientale a tutela dei posti di lavoro.

Salari bassi?
martedì 03 giugno 2008

Mentre tutti i mezzi di informazione sono impegnati a parlare dell’emergenza rom, sicurezza, immigrati, il rapporto Istat 2007, appena uscito, mostra in maniera chiara ciò che in realtà la maggior parte degli italiani sanno già: i nostri salari sono tra i più bassi d’Europa e non accennano a crescere. Talmente bassi che il 6,2% delle famiglie italiane ritiene di non potersi permettere un’alimentazione adeguata, il 10,4% un sufficiente riscaldamento per l’abitazione, il 38,7% una settimana di vacanza all’anno e il 28,4% non riesce a far fronte a una spesa imprevista di circa 600 euro.
Ecco l’emergenza dell’emergenza. Una situazione tale da compromettere, oltre che la vita e la serenità di milioni di persone, il futuro stesso del nostro Paese.
Eppure un’emergenza simile ha molto meno spazio di altre notizie o pseudo-emergenze di dubbia rilevanza. Non sarà che cercano di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi reali? E questo non sarà collegato al fatto che Confidustria ha, per dirla in maniera soft, un “forte ascendente” sia sui principali mezzi d’informazione sia sulle due forze politiche principali, PD e PDL?
Anche perché, l’altro dato interessante, da collegare alla diminuzione dei salari, è che negli ultimi 25 anni circa il 10% del prodotto interno lordo è passato dai salari al profitto e alla rendita. In altre parole, una massa enorme di denaro è rimasta nelle tasche dei grandi potentati economici (senza contare quella che non viene dichiarata!) anziché essere ridistribuita ai lavoratori. E guarda caso, gli ultimi 25 anni sono quelli in cui i sindacati hanno smesso di fare i sindacati, ovvero di lottare per il miglioramento della qualità della vita dei lavoratori, scegliendo invece la via della concertazione e trasformatosi, di fatto, in un sindacato di servizi, in una nuova “casta”.
Allora il problema non è che in Italia manca la ricchezza, ma che questa non viene ridistribuita perché la forza contrattuale dei lavoratori è stata abbattuta, sia per la subalternità dei sindacati all’impresa, sia per il dilagare del fenomeno della precarietà.
Di fronte a una situazione del genere le proposte del mondo politico bipartisan sono, a dir poco, grottesche. Le destre propongono la detassazione degli straordinari; come a dire: “i salari sono bassi? Lavorate di più!” Un modo molto semplice per peggiorare le condizioni di chi lavora e togliere speranza di occupazione a chi non lavora. Bentornati nell’800! La cosiddetta opposizione del PD, cosa dice? Che è d’accordo, ma che oltre a detassare gli straordinari occorre legare gli stipendi alla produttività! Come se la produttività di un’azienda dipendesse da quanto lavorano i dipendenti e non dalle capacità di innovazione dell’azienda. E il sindacato? Chiaramente è in sintonia col PD e, quindi, con Confindustria; e al pacchetto straordinari – produttività aggiunge l’idea più geniale: smantellare il contratto nazionale e sostenere la contrattazione di secondo livello, aziendale. Ma ce li vedete voi 3 dipendenti di un’azienda (in media è questo il numero di dipendenti delle aziende italiane), magari con tre contratti diversi e precari, rivendicare aumenti salariali dal padrone? Il giorno dopo sarebbero sostituiti con altre tre persone più docili e meno “esose”.
Forse è il caso che la Sinistra, quella vera, torni a battere un colpo. Non siamo più in Parlamento, ma l’opposizione vera, concreta, propositiva e costruttiva, si fa nella società, sui posti di lavoro. Ai lavoratori non chiediamo di farsi rappresentare da noi, come fanno i sindacati di regime o i partiti confindustriali; ai lavoratori chiediamo di lottare insieme per condizioni di vita più dignitose. Che significa più salario, ma anche più sicurezza, più stabilità, più tempo libero. Insomma, meno sfruttamento.

Tariffe acqua, il giudice da ragione ai cittadini

Video della Conferenza Stampa sulla sentenza del giudice di pace al ricorso a PolServizi

Il Giudice di Pace condanna Polesine Acque SpA per gli aumenti retroattivi delle tariffe. Una causa che vedeva al centro del contenzioso, le somme relative agli aumenti tariffari retroattivi applicati dalla società Polesine Acque SpA, nei confronti dei cittadini polesani, per i periodi antecedenti all’entrata di vigore della delibera emessa dall’ATO in data 4 ottobre 2006.
Una voce di protesta che ad Occhiobello, aveva fatto sorgere il ‘comitato acqua e servizi’, nato appunto per contrastare questa presunta illegittimità, che in origine appariva una ‘chimera’, ma che la sentenza del Giudice di Pace da concretamente e formalmente ‘ragione’ ai cittadini. L’adeguamento delle tariffe del servizio idrico integrato con decorrenza retroattiva al 1 gennaio 2006, prevdeva il pagamento in tre rate con addebito nelle bollette recapitate agli utenti di società Polesine Servizi s.p.a..
L’iter legale, iniziato il 19 gennaio 2008, ha visto un gruppo di 36 cittadini adoperarsi nel redigere autonomamente il ricorso, senza il supporto di avvocati, ponendo al centro la ‘presunta’ illegittimità della retroattività dell’aumento delle tariffe.
Il Giudice di Pace di Ficarolo, il 21 febbraio scorso, quindi, in virtù del ricorso avanzato dai cittadini di Occhiobello, condanna la società Polesine Acque SpA a “restituire agli attori che nel frattempo le avessero pagate, le somme relative agli aumenti tariffari per i periodi precedenti alla data di entrata in vigore della delibera oggetto di ricorso, ovvero a non richiedere a coloro che non le avessero ancora pagate queste somme.”
Un esito quello del Giudice di Pace che  commentato positivamente dai cittadini che in una conferenza stampa, sottolineando come “si tratta di una condanna storica che da ragione a quanto da tempo sostenevamo, ovvero, gli aumenti retroattivi non si devono applicare. E’ stato premiata la nostra forza di volontà ed ora possiamo richiedere formalmente il rimborso di quelle somme non dovute alla Polesine Acque SpA.”
La condanna del Giudice di Pace di Ficarolo, si somma alla sentenza del TAR Veneto, in data 24 dicembre scorso, che ha dato ragione alla causa avanzata da alcune ditte polesane. Questa ha deliberato la restituzione delle somme pagate non dovute, a titolo di conguaglio per l’aumento retroattivo delle tariffe del servizio idrico integrato per il periodo gennaio-ottobre 2006.
La sentenza emessa il 24 dicembre scorso, dal TAR Veneto, relativamente al ricorso presentato da tre ditte polesane nell’anno 2007, ha condannato Polesine Acque per gli aumenti retroattivi delle tariffe. Siamo molti soddisfatti per la sentenza del TAR che, confermando quanto sostiene da anni Rifondazione, ha dichiarato illegittimi gli aumenti retroattivi stabiliti dai sindaci polesani e applicati sulle bollette dell’acqua di tanti cittadini e aziende. E’ un atto di giustizia che restituirà agli utenti alcuni milione di euro indebitamente richiesti da Polesine Acque. Questa è pure una vittoria per l’unica forza politica che da anni, si batte per la gestione corretta e trasparente del servizio idrico, chiedendo, anche, un’azione di responsabilità verso gli amministratori dell’azienda pubblica.
Ricordiamo che la sentenza del TAR impone a Polesine Acque la restituzione dei conguagli pagati per il periodo gennaio-ottobre 2006, ma il rimborso non sarà automatico e certo non sarà pubblicizzato.
A tal scopo stiamo distribuendo in questi giorni alcuni volantini in cui s’invitano i cittadini a richiedere, attraverso una lettera prototipo, la restituzione delle somme pagate non dovute, facendo riferimento alla sentenza del TAR Veneto n. 3990 del 24 dicembre 2008.

Raccolta firme contro il lodo Alfano
martedì 28 ottobre 2008

Anche a Occhiobello e Santa Maria Maddalena il circolo locale di Rifondazione Comunista si mobilita contro l’ormai tristemente famoso “lodo Alfano”.
Da domani e per alcune settimane, infatti, i militanti comunisti saranno ai mercati di Santa Maria Maddalena il mercoledì e di Occhiobello il sabato per raccogliere le firme necessarie a chiedere il referendum abrogativo del lodo.
Questo, lo ricordiamo, è l’ennesima legge ad personam approvata dalla maggioranza berlusconiana per tutelare il proprio leader dai vari processi per corruzione e non solo. Prevedendo la sostanziale impunità per le 4 piu’ alte cariche dello Stato, questo provvedimento mina alle fondamenta un basilare principio costituzionale che sancisce che la legge è uguale per tutti.
A livello nazionale promuovono il referendum, oltre a Rifondazione Comunista, Italia dei Valori, Comunisti Italiani e Sinistra Democratica. L’obiettivo è quello delle 500.000 firme a livello nazionale. Un obiettivo importante ma non certo impossibile da raggiungere, considerata l’indignazione suscitata nella stragrande maggioranza dei cittadini per un provvedimento che stsabilisce che la giustizia non valga per i piu’ potenti.
Ci impegneremo perché anche da Occhiobello giunga un importante contrbuto al raggiungimento di questo obiettivo.
Chi volesse sottoscrivere la richiesta di referendum può farlo ai nostri banchetti ai mercati settimanali.
Per chi volesse aiutarci nella campagna può contattarci anche via mail o telefonicamente al 3397181654.

30 fa l’uccisione mafiosa di Peppino Impastato
lunedì 12 maggio 2008
L’attualità di Peppino Impastato e la sua antimafia sociale
Brecht diceva: «Non è detto che ciò che non è mai stato non possa essere». Sono trascorsi, infatti, ormai trenta anni dal tremendo omicidio politico mafioso di Peppino Impastato e, alla fine, dopo anni di sofferenza, di lotta e di isolamento, la verità è stata fissata dalla magistratura e dalla relazione della Commissione antimafia che ho avuto l’onore di redigere: nel caso di Peppino Impastato lo Stato ha compiuto un vero e proprio depistaggio perché non si scoprisse, come era possibile, dal primo momento che si trattava di un delitto di mafia. Dobbiamo la verità all’impegno difficile e quotidiano di mamma Felicia, di Giovanni Impastato, dei compagni di Peppino, di Umberto Santino e di Anna Puglisi. Ho due immagini, fra le tante, nella mente.
La prima così è descritta da Giovanni Impastato: «Sfilammo nel ’79, per le troppo silenziose strade di Cinisi, facendo tesoro delle scelte e del percorso di Peppino, considerato ancora allora dallo Stato un suicida o un terrorista saltato sulla bomba che stava innescando. nella prima manifestazione nazionale contro la mafia, organizzata da Radio Aut»
«Dal Centro di documentazione di Palermo, assieme ai compagni di Democrazia proletaria, di cui Peppino era stato eletto consigliere comunale e a quella parte di movimento che era rimasta profondamente colpita dall’ufficisione di Peppino. Eravamo in due mila». La seconda immagine che ritengo il movimento più bello della mia vicenda politica, è quella di mamma Felicia che, quando, nella casetta di Cinisi, nel 2000, le consegnammo la relazione della Commissione antimafia, che sanciva il depistaggio di Stato e chiedeva scusa in nome del Parlamento italiano (caso tuttora inedito) soffiò, in un orecchio la frase: «Oggi mi avete resuscitato Peppino». Si chiudeva una vicenda iniziata tragicamente nel ’78. E’ importante parlarne oggi anche perché Peppino va sottratto al destino di una icona strumentalizzata: è bello che sia considerato, da tanti giovani, da tante ragazze, un Che Guevara contemporaneo, ma è più importante viverlo nel suo contesto, affinché il ricordo sia stimolo per continuare la sua lotta. Peppino fu uomo del ’68, non va dimenticato. Fu un compagno dell’antimafia sociale, quella difficile, non quella ufficiale, spesso ipocrita, banale e trasformista. Peppino era un militante che organizzava mobilitazione sociale; era profondamente impegnato politicamente; era precursore, nella sua capacità di utilizzare la metafora, l’irrisione, il sarcasmo come strumento di lotta politica e di desacralizzazione dei capi mafiosi, di una intensa criticità moderna. Le trasmissioni di Radio Aut sono un esempio straordinario di controinchiesta e di controiformazione.
Il trentennale è l’occasione per riflettere sul suo pensiero e sulla sua iniziativa anche, quindi, per evitare di farne un mito astratto. Peppino è stato un militante della “Nuova sinistra” come ci ricorda Umberto Santino, da Lotta Continua alla candidatura con Democrazia proletaria, in polemica aspra con il partito comunista del compromesso storico, che vedeva la mafia solo come fenomeno dell’arretratezza dello sviluppo. Peppino pensava, invece, che il neoliberismo fa bene alla mafia. Lottò con i contadini, con gli edili, unendo lotte sociali e impegno culturale. La sua antimafia correva nel solco della lotta di classe, di massa, dei braccianti, delle lotte contadine non del conformismo, della legalità formale e del sistema di relazioni politiciste. La sua analisi delle mafie, partendo dalle elaborazioni di Mario Mineo, figura di straordinario rilievo teorico, seppe guardare ad esse non come fenomeno terroristico legato a nicchie di arretratezza, ma come parte integrante dei processi accumulazione del capitale, capace di adattarsi ai mutamenti dei contesti strutturali e di contrattare, di volta in volta, il potere con le rappresentanze politiche.
E’ anche in questa percezione critica il motivo dell’attualità di Peppino. Anche ora, infatti, la maggioranza delle forze politiche tende ad illustrare, come fa ad esempio la relazione dell’antimafia del 2001, la mafia come gangsterismo, per celarne la sua internità alla politica, all’amministrazione, alla finanza, ai processi internazionali della globalizzazione liberista. Parlano di una mafia virtuale che non esiste per puntare l’attenzione investigativa solo sulle campagne sicuritarie contro i migranti. L’antimafia sociale è, allora, costruzione di presidi democratici, connessione fra lotta democratica e sociale; è antimafia in movimento, dentro l’organizzazione della conflittualità sociale, come ci insegnò Pio La Torre. Le mafie si sconfiggono attaccandone beni, ricchezze, profitti, individuando un nuovo spazio pubblico. E’ indispensabile rilanciare i meccanismi, su cui l’associazione “Libera” tanto lavora, di sequestro e confisca di beni mafiosi; facendo lavorare le terre confiscate alle mafie attraverso una destinazione d’uso sociale cooperative di giovani e ragazze che, insieme, lottano le mafie ed agiscono una occupazione di qualità. Peppino fu precursore del movimento altermondialista: lottava «per un altro mondo possibile».

Un’altra politica
lunedì 28 aprile 2008

Una premessa
Siamo in un momento grave della vita collettiva. Che non ha la sua radice solo negli eventi della politica, le ultime elezioni, ma in un processo profondo di rottura del legame sociale. Qui vogliamo fare un gioco di simulazione: dirci, e dire in pubblico, come immaginiamo debba essere un altro mondo, e come si potrebbe provare a farlo. Questo testo contiene un suggerimento: guardare oltre per capire meglio come affrontare l’oggi.
Due tesi
1. Promuovere dal basso un’azione politica, una condizione di cittadinanza interamente intessuta di legami sociali, pluralista, globale, dotata di una visione d’insieme e capace di proporre un sistema sociale libero dalla logica economica dominante. Affermare che la politica che vogliamo siamo noi, la nostra capacità di essere società. Tutti siamo politici, tutto ciò che facciamo è politica.

2. Esiste una complessa e diffusa galassia di gruppi di iniziativa sociale, associazioni, collettivi, reti, comitati popolari, rappresentanze sindacali, comunità sostanziali costituenti, che formano anelli di solidarietà di reti nazionali e transnazionali, istanze di resistenza, di altra economia, di democrazia diffusa. Ora è possibile prendere consapevolezza della forza positiva che questa particolare «società civile» esprime, rafforzare la cultura di rete e pensare a un processo collettivo di autogoverno, ad uno spazio pubblico – o, forse, sarebbe meglio chiamarlo d’ora in poi uno «spazio comune» – dove sia possibile offrire, mettere a confronto e condividere esperienze e pratiche. Un patto politico aperto, includente, un vero e proprio sistema diffuso di auto-rappresentanza, capace di contendere ai poteri costituiti il monopolio della decisione politica. Una forza realmente collettiva capace di produrre in proprio, giorno per giorno negoziazione e trasformazione.
Cinque pilastri
1. Un’idea di società per cui valga la pena impegnarsi.

possibile immaginare un mondo capace di futuro, ospitale, equo, nonviolento. Solo una politica lungimirante può donare serenità e benessere: la «profittabilità» a breve, lo sfruttamento senza limiti della società e della natura conducono alla disuguaglianza globale e al disastro ambientale. Il progetto di buona società consiste nel vivere insieme. Il bene comune non è la somma aritmetica dei beni privati posseduti dai singoli membri della società e malamente ridistribuiti, ma il godimento condiviso dei beni comuni: spazio, aria, mari, acqua, foreste, energia, saperi, educazione, comunicazione, sicurezza, giustizia, salute, lavoro… La sua realizzazione implica,  anzi impone, il ricorso a mezzi rispettosi e compatibili con l’obiettivo, cioè mezzi rigorosamente nonviolenti.
2. L’economia della reciprocità.
E’ possibile che ognuno si riprenda il controllo delle circostanze che regolano la sua vita quotidiana.
è possibile superare lo sconforto, l’insicurezza, l’ansia che ogni persona onesta sente crescere a causa delle inimicizie tra i governi dei tanti paesi [popolazioni] della Terra, del degrado della biosfera e dei disastri sociali provocati dall’aumento dei prezzi di cibo e materie prime.
La conquista della libertà di ciascun individuo dalle necessità elementari è la pre-condizione per una esistenza autentica e per un esercizio effettivo della democrazia. Libertà, innanzi tutto, deve essere libertà da condizionamenti e ricatti.
La globalizzazione è avvenuta nel nome del profitto, della concorrenza, del mercato. La mondialità invece si raggiunge seguendo i principi della reciprocità, della cooperazione, della condivisione. Dall’economia neoclassica e liberista all’economia ecologica; dal mito bugiardo della crescita infinita alla sobrietà; dall’imperativo della competitività alla cooperazione solidale.
3. Saggezza è saper prevedere.
è possibile fare affidamento sui saperi e sulle esperienze che le culture dei popoli hanno accumulato per migliorare le condizioni di ciascuno e di tutti gli abitanti della Terra. La tecnica, la scienza, l’intelligenza devono saper prevedere, e quindi devono rispondere al principio di precauzione. Le risorse tecniche, le conoscenze scientifiche, le stesse disponibilità economiche a disposizione dell’umanità sarebbero sufficienti a far uscire l’intero genere umano dall’indigenza. Se oggi ciò non avviene è solo per il prevalere di logiche economiche egoiste e predatorie e di volontà politiche miopi e suicide. Il grande tema di una nuova modernità è il controllo sociale sulla ricerca scientifica e sulle tecnologie, in un rinnovato rapporto con i bisogni reali delle comunità locali.
4. Un rapporto felice tra popoli, tra città e persone.
è possibile che in molti – gente comune, cittadini – intraprendano il cammino per migliorare le relazioni sociali tra i generi, le generazioni, le genti e le specie viventi. è possibile ridisegnare città e comunità accoglienti, sicure perché fondate su legami e relazioni di vicinanza e convivenza, in cui ogni individuo venga riconosciuto in primo luogo per i suoi bisogni e i suoi desideri.
In un mondo interconnesso e interdipendente la pace e la sicurezza non sono divisibili. Nessuno potrà essere sicuro, nemmeno se costruirà muri, se non lo saranno anche i suoi vicini e i vicini dei vicini. Condivisione, reciprocità, collaborazione, riconoscimento dei debiti ecologici, economici e umani contratti dal Nord del mondo nei riguardi delle popolazioni del Sud: sono i principi guida che devono seguire le relazioni internazionali.
Le nostre città sono sempre più i luoghi dell’esclusione, delle identità fondate sull’annullamento di quelle degli altri, dei non-cittadini, competitori sempre più soli, tristi. Città in cui le anomalie sono gli ultimi, i differenti, chi non si omologa. Occorre ribaltare questa macchina della separazione, proponendo universi – e politiche – aperte al meticciato, alla cooperazione.
5. Una democrazia radicalmente diversa.
è possibile rigenerare la politica come azione civile volontaria per un servizio collettivo. Solo
un’etica civile può ridare senso alla politica. L’etica, in politica, è un sistema di valori scelto e
condiviso.
Le rappresentanze [seppure ridotte al minimo fisiologico e regolate in modo che libertà di coscienza del «delegato-eletto» e vincolo di mandato siano sempre trasparenti e verificabili] sono necessarie, nella pratica conflittuale della democrazia/partecipazione. Da ciò discende l’ineludibile necessità di garantire forme di organizzazione politiche, oltre che riallargare lo spazio della politica attraverso forme di democrazia partecipata e diretta. Occorre inventare un modello radicalmente diverso da quello, fin qui conosciuto, dei partiti politici, dalla nascita della democrazia parlamentare ad oggi. La loro forma si è definitivamente esaurita.

La cultura della rete, l’orizzontalità, l’autonomia dei nodi, il metodo della condivisione, il consenso, l’ambito comunitario e cittadino della co-decisione, il tutto finalizzato all’empowerment delle comunità, costituiscono la grande novità e forza dei movimenti sociali. Nella consapevolezza che è solo così – federando e liberando spazi di comunanza crescenti – che si fa spazio un’alternativa reale. Comunque deve essere chiaro che «chi dice organizzazione dice oligarchia», ed è quindi è necessario predisporre forti contromisure contro ogni rischio di centralizzazione, verticalizzazione, burocratizzazione, autoreferenzialità, separazione.
Una forma di altra politica con queste premesse, dunque radicalmente nuova da quelle del
Novecento, può costituire la premessa per la costruzione di una nuova democrazia, basata
innanzitutto sui «bacini» dove le persone, le comunità, si formano, vivono, agiscono: le città e i territori, la cui «scala» più grande, quanto ad efficacia del controllo dei «delegati», è probabilmente quella sub-regionale. Il che a sua volta propone il problema urgente di connessioni, vincoli, alleanze, coordinamenti tra organizzazioni politiche e istituzioni di tipo nuovo da un luogo all’altro, in reti mobili e variabili: fino a proporsi di influire sulle scelte europee e globali.
Esperienze di questo tipo già esistono, sia a livello locale che nazionale e sovranazionale, dal Patto di mutuo soccorso ai movimenti come quelli dei migranti e delle femministe e lesbiche, o quello Glbtq, ma anche il movimento dell’acqua, il «popolo» dell’economia socio-solidale, le nuove reti dei delegati di fabbrica, ecc. Non si tratta di inventare nulla, ma di trarre lezioni da quel che già accade nella società e renderlo coerente ed efficace.
La Repubblica tradotta nella lingua di oggi Questa lettera è un grido di allarme. Cercare di immaginare il futuro è il fondamento indispensabile per organizzare la resistenza a quel che già si prospetta – considerando anche le conseguenze che avrà il risultato elettorale – come una aggressione alla società civile, alle sue organizzazioni, ai suoi valori, ai lavoratori e al sindacato, ai migranti e alla stessa possibilità di una convivenza civile. La crisi evidente della globalizzazione, la catastrofe alimentare e il crack finanziario globali sono le cause della trasformazione del sistema democratico, o di quel che ne resta, in un dispotismo che conserverà solo le forme vuote della cittadinanza.
Dobbiamo da subito immaginare e far funzionare nuove forme di auto organizzazione, trasformare le reti in strumenti attivi di scambio di esperienze, di mobilitazione e di reciproco sostegno.
Dobbiamo esser disposti a sperimentare nuove formule di organizzazione e decisione.
Quel che suggeriamo è che da subito ogni persona o gruppo che vuole opporsi a questa marea si riunisca, nel modo più aperto possibile, nel maggior numero di luoghi possibile, in relazione stretta tra loro e con quel che si muove attorno a loro: per discutere da subito, accantonando le diffidenze e approfondendo la conoscenza reciproca, il modo di costituire forme nuove di organizzazione politica. Se tutti ci muoveremo bene, sarà possibile organizzare per il 2 giugno, festa della Repubblica e della Costituzione, da tempo trasformata nella celebrazione di una nazione in armi, un primo grande incontro nazionale in cui cominciare a confrontare le proposte emergenti dalle aggregazioni tematiche e dalle reti locali.

FdS in Piazza
lunedì 24 gennaio 2011

In vista dello sciopero generale dei lavoratori metalmeccanici indetto per il 28 gennaio prossimo dalla Fiom (a Padova la manifestazione regionale) come risposta agli accordi di Mirafiori, la Federazione della Sinistra Veneta ha messo in cantiere una serie di iniziative in appoggio alla mobilitazione sindacale. Da questo fine settimana, sabato 22 e domenica 23 in tutto il territorio del Veneto saranno in funzione oltre centocinquanta “banchetti” allestiti in città, paesi e fabbriche per spiegare ai cittadini le ragioni del sostegno alla lotta dei lavoratori metalmeccanici e la necessità che nel paese nasca un movimento popolare per i diritti e la democrazia. In banchetti si terranno anche in Polesine, a cominciare da Rovigo, sia sabato che domenica e da Adria, sabato mattina al mercato. Nella settimana successiva, poi, i volontari della FDS del Polesine saranno davanti le fabbriche sempre per promuovere e diffondere le ragioni dello sciopero.
Sono ragioni che nascono dalle conseguenze dell’accordo imposto con il ricatto da Marchionne, e peraltro accettato in misura talmente risicata da risultare di fatto un no degli operai, che in prospettiva mette in forse diritti fondamentali come il contratto nazionale, la possibilità di scioperare e di avere la piena agibilità sindacale in fabbrica da parte dei propri rappresentanti.
Un attacco inaccettabile che non solo mette in discussione i dirtti e le condizioni di vita dei lavoratori, ma l’intero modello di sviluppo industriale del nostro Paese, puntando cioè non su innovazione, qualità ed equità, ma sul basso costo della manodopera “tipo Cina”. Così, dopo la campagna in vista dello sciopero generale la Federazione della Sinistra farà partire una campagna di tre mesi con al centro le risposte necessarie per impedire che la crisi si risolva con il massacro sociale dei lavoratori e i ceti popolari. Punteremo a temi come la salvaguardia della sanità e delle scuola pubbliche, della difesa dei beni comuni, degli impegni necessari per riqualificare il lavoro rendendolo compatibile con l’ambiente. Verranno anche raccolte firme a sostengo dei progetti di legge presentati dal consigliere Pettenò contro delocalizzazione, per il sostegno ai redditi, per il blocco dei licenziamenti. Su quest’ultimo punto la Federazione della Sinistra veneta sta predisponendo un progetto di Legge che proporrà di trasformare la Finanziaria regionale “Veneto Sviluppo spa” in struttura in grado di intervenire sulle imprese con l’obiettivo principale di tutelare l’occupazione.

Fermare i ricatti
lunedì 17 gennaio 2011

Mobilitiamoci per fermare il regime
Sulla crisi che stiamo vivendo ormai da quasi tre anni, crediamo ci siano sostanzialmente due considerazioni oggettive che si possono fare:
1) La crisi è stata provocata principalmente dalla speculazione e dall’ingordigia di pochi grossi potentati economici che si dividono la stragrande maggioranza della ricchezza mondiale;
2) Lo stesso grande capitale, con l’aiuto dei governi occidentali che ne sono sostanzialmente l’emanazione politica, sta scaricando il costo sociale di tale crisi sui lavoratori, comprimendone il salario.
In questo quadro va letto il diktat di Mirafiori, che riproduce quello di Pomigliano e che è destinato a diventare il modello delle nuove relazioni nel mondo del lavoro. Scompare il ruolo del contratto collettivo nazionale, si deroga addirittura a leggi dello Stato, si inasprisce la pesantezza del lavoro, non si mettono in discussioni le quote di profitto della proprietà, l’impresa non ha nessun vincolo rispetto alla società in cui si colloca (“se vince il no andiamo all’estero” dice il supermanager che guadagna quanto 500 degli operai a cui chiede sacrifici!).
Ecco perché Mirafiori interessa tutti noi. Ecco perché tutti noi siamo debitori rispetto a quel 46% di lavoratori che non si è piegato a un ricatto pesantissimo. Un risultato strepitoso se pensiamo alla minaccia quasi mafiosa cui sono stati sottoposti quei lavoratori e le loro famiglie! Ecco perché è fondamentale sostenere lo sciopero indetto dalla FIOM per il prossimo 28 gennaio. Quello sciopero riguarda non solo i metalmeccanici, ma tutti i lavoratori, tutto il Paese.
Riguarda anche il Polesine. Cito due esempi. La Grimeca, dove il disastro dell’azienda lo pagheranno quasi sicuramente centinaia di lavoratori che perderanno il posto. Dove nessuno si pone il problema di un intervento pubblico per rilanciare e riconvertire l’azienda. Perché si considera normale che quando le cose vanno bene la proprietà aumenta i profitti e quando vanno male i lavoratori perdono anche quel minimo di salario che gli spetta! La Gasco, dove a oltre 200 lavoratori e lavoratrici viene negato un aumento minimo, oserei dire dovuto, che peraltro avrebbe un’incidenza minima sul bilancio dell’azienda. Eppure la minaccia è sempre quella: o così o vado altrove.
Già milioni di precari sono praticamente privi di diritti e tutele e sono a livello di “materia prima” nelle mani dell’azienda. Ora la cosa si estende a chi sembrava tutelato da un contratto a tempo indeterminato. Un inaccettabile ritorno alla condizione servile dei lavoratori dell’800! Dispiace che oltre a governo e padroni anche parte del sindacato si renda complice di questa involuzione autoritaria.
Non possiamo permetterci di far passare tutto questo. Serve uno scatto di orgoglio e dignità dei lavoratori. Serve una grande mobilitazione che abbia uno slogan semplice, chiaro: la crisi la paghi chi l’ha provocata!
Prendiamo esempio dai 2325 NO di Mirafiori

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